RECENSIONE ILDF ROCKIT

Insomma ogni singola traccia è un petalo, frammento di un fiore da immaginare, parte di un giardino fiorito (tutto l’album) in cui ci si addentra muovendosi lentamente tra l’erba e i fiori, descrivendoli uno per uno e facendo attenzione a non calpestarli. E ogni nuovo fiore è una sorpresa di colori tenui o più accesi per tracciare ogni sfumatura, che poi costituisce la totalità dei colori in un continuo andamento dal particolare al generale.

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RECENSIONE ILDF MUSICOFF

Mi sento soddisfatta quando posso affermare che stiamo parlando di un Cantautore e polistrumentista dalle indiscusse capacità comunicative. Apprezzato da un’ampia fetta della critica nazionale, Giuseppe Palazzo a mio avviso possiede un fascino retrò espresso con parole dal sapore antico, quasi melodico; una voce ben scandita, morbida, umana, perfettamente sincronizzata con gli strumenti che l’accompagnano.

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INTERVISTA LAB CREATIVITY

Nell’era dei talent show c’è ancora spazio per chi sogna di fare il musicista? Si può vivere di musica in Italia? Il crowdfunding rappresenta il futuro o esprime un disagio discografico? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Palazzo, giovane cantautore che dopo tanta gavetta è appena uscito con il suo secondo album, Il linguaggio dei fiori.

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INTERVISTA FOUR MAGAZINE

Il ruolo dell’industria discografica è stato distorto dalla televisione. Senza troppo lamentarsi è sempre esistita una distinzione tra musica di consumo e musica alternativa ma mai come in questo periodo storico è stata così netta e dissociante. Negli anni ’70 c’era Mina da una parte e Piero Ciampi dall’altra, oggi…

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INTERVISTA MUSIC IN

D.: “Il mio funerale”. Chi vorresti e chi non vorresti? Bella domanda! In questo disco mi sono scritto il tema da far eseguire a una banda di ottoni al mio commiato, adesso sto pensando di fare gli inviti!

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INTERVISTA BRAVO ONLINE

Sono passati quattro anni dal tuo disco d’esordio “Piccole storie di quotidianità”, il titolo del tuo nuovo lavoro è “Il linguaggio dei fiori”, titolo altrettanto minimalista se vogliamo, però tra i due album sembra essere trascorsa quasi un’intera esistenza … è così?

 

RECENSIONE ILDF SALTINARIA

Con “Il linguaggio dei fiori” Giuseppe Palazzo si conferma musicista dotato, ispirato, intimo come pochi per la quotidianità che trasuda, lontano dalle scelte di clamore e dal sentiero del facile consenso.

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RECENSIONE PFDQ ROCKIT

Il cantautore romano Giuseppe Palazzo vuole insegnarci questo, non con la sicurezza di chi sta seduto alla cattedra, ma con la spavalderia del nostro vicino di banco, e un po’ più in là potrei dire di vederci seduto Pino Marino a canticchiare sommessamente le sue canzoni, spontanee così come lo sono queste.

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RECENSIONE PFDQ L’ISOLA CHE NON C’ERA

Non so se ve lo ricordate Ugo Tognazzi quando, leggendo una ricetta di cucina, sapeva trasformare quegli aridi elenchi d’ingredienti che quotidianamente troviamo sotto i nostri occhi, nelle nostre dispense. Le poche operazioni per trasformarli in piatti allettanti in vere e proprie forme di moderna poesia, così che anche il profumo del soffritto o la fragranza inebriante del burro fuso prendevano vita come fossero personaggi di un’avvincente trama romanzesca.

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RECENSIONE PFDQ VIVA VERDI

A contraddistinguerlo dal mucchio la sua acuta ironia che ama fondere ad una spiccata sensibilità e ad una raffinata vocazione che lo induce a descrivere, con proprietà di linguaggio, la quotidianità in scenari spiccatamente surreali.

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RECENSIONE PFDQ SALTINARIA

In “Piccole forme di quotidianità” Palazzo si dimostra artista libero, lanciato consapevolmente sui binari del “faccio quello che mi pare”. È uno scrittore con un mondo interiore intenso, personale, singolare, speso tra la follia e il genio, tra la musica e il surimi.

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RECENSIONE PFDQ MESCALINA

Disco precario di un cantautore a progetto è la definizione che Giuseppe Palazzo, cantautore romano classe ’77, dà del proprio esordio discografico Piccole forme di quotidianità . Nonostante nelle divertenti note biografiche l’autore ami ricordare che il 1977 è anche l’anno dell’omonimo disco dei Clash, il lavoro non ha nulla del punk di protesta di Strummer e soci. O meglio la protesta c’è ma, senza la rabbia del white riot, è sottile, sta nell’ironia, nella vibrante e corale versione di Mio fratello è figlio unico (1976), nel sottolineare la precarietà dell’essere odierno.

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